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Ascoli Piceno

Ascoli Piceno rappresenta senza dubbio una delle più belle città delle Marche, possiamo anzi dire che l’antico tessuto urbano, per la sua unitaria ed omogenea struttura e per le tante torri e campanili medioevali, è certamente uno degli esempi più caratteristici d’Italia. Al principio del XII secolo le torri che si rizzavano in Ascoli (senza contare i campanili) erano più di duecento; Federico II, nel mettere a ferro e fuoco la città conquistata, ne distrusse ben novantuno; nel ‘600 ne erano ancora in piedi novanta; oggi ne rimangono quindici. Ma furon le torri iTorren Ascoli erette per necessità di difesa o per vanagloria di potentati? Forse un po’ per l’una e un po’ per l’altra ragione. E fors’anche lo spirito di indipendenza degli Ascolani potè indurre vescovi e feudatari a costruirle per meglio domare la sempre latente ribellione. Esse comunque formano la caratteristica più manifesta dell’Ascoli medioevale. Erano in genere, queste torri gentilizie, costruzioni quadrate che si elevavano per 40 e più metri da terra, dagli spessi muri fatti con blocchi di travertino molte volte provenienti da distrutti edifici romani. Ascoli vanta inestimabili tesori d’arte di ogni secolo, a cominciare dal periodo romano, per non parlare del patrimonio archeologico risalente alle civiltà picene sviluppatesi nella zona dall’VIII-VII secolo a.C. Eppure il fascino profondo che la città offre a colui che sa «vedere» è dato principalmente dall’insieme architettonico, sia esso formato dalle severe facciate dei suoi maggiori e mirabili palazzi e dalle chiese sia dalle più umili ma sempre nobili casette correnti nelle più strette e tortuose stradine, che qui si chiamano “rua” dal romano “ruga”. Va ricordato infatti che l’antica Asculum, dopo aver vissuto la grande civiltà picena, fu colonia romana per poi divenire, in era cristiana, soggetta alla Chiesa di Roma, naturalmente non senza violente ribellioni ed aspirazioni alle libertà comunali acquistate e perdute fra il Xll e il XIII secolo. Ogni epoca ha lasciato numerose vestigia, e il lungo trascorrer dei secoli le ha rispettate; anche l’uomo, pur avendo man mano effettuato ampliamenti e modifiche oltre a nuove costruzioni, ha cercato qui più che altrove di rispettare l’antico, accostare i vari stili in modo armonico. Come mai ciò è potuto avvenire? Tutto è merito del travertino, la pietra che non si sfalda, che non s’incrina, che il tempo ricopre della sua patina ma non riesce ad intaccare, la pietra che abbonda nei colli dell’Ascolano e che fu sempre usata dagli architetti del grazioso centro: non per nulla questo fu definito la “città di travertino”. Infatti quasi tutti i monumenti ascolani presentano una suprema severità, rafforzata grandemente dal travertino bianco-grigio che, col passare dei secoli è diventato grigio scuro. Si è detto che Ascoli deve essere scoperta; il suo spirito, la sua essenza è soprattutto nelle sue vie meno battute, dove quasi ci sorprendono leggiadre bifore od eleganti ornati, nelle sue austere, antiche chiese, negli interni delle sue case accoglienti. È città che affascina e la cui suggestione è aumentata dallo scenografico paesaggio, città che, conosciuta, non si può dimenticare.

IN PIAZZA DELL’ARRINGO:
Il Palazzo dell’Arringo ed il Piazza ArringoPalazzo del Comune (sec. XII e XIII), con Sala dell’Arringo, rarissimo esempio di un grande interno di costruzione civile, e Pinacoteca, composta da centinaia di opere d’arte. Il Palazzo Arcivescovile (sec. XV), ed il Museo Diocesano con antichi dipinti, sculture, paramenti sacri, preziose oreficerie, affreschi di Marcello Fogolino da Vicenza (1547). Il Duomo, dedicato a S. Emidio da Trier primo Vescovo di Ascoli, di impianto quattrocentesco, facciata di Cola dell’Amatrice (1530-1540), all’interno un grandioso Polittico di Carlo Crivelli (1473), rarissimo Paliotto in lamina d’argento con 27 scene della vita di Cristo (sec.XIV), Coro ligneo (sec.XV); nella grandiosa Cripta sottostante il Duomo, tra le altre cose, uno stupendo Sarcofago Romano che custodisce le spoglie di S.Emidio, un Gruppo Marmoreo di Lazzaro Giosafatti (S.Emidio che battezza Polisia). Il Battistero, pura struttura romanica del XII secolo, è citato nei maggiori libri di storia dell’Arte italiana. Il Palazzo Panichi, edificio quattrocentesco sede del Museo Archeologico, con numerose testimonianze dell’età paleolitica, neolitica, del bronzo, del ferro, della civiltà Picena, Romana, paleocristiana, Longobarda.

IN PIAZZA DEL POPOLO:
Una delle più belle ed eleganti piazze d’Italia, Il Palazzo dei Capitani del Popolo, romanico del XIII secolo, Palazzo dei Capitanimodificato nel ‘500 da Cola dell’Amatrice, l’imponente Portale sorregge un’edicola con la statua di Papa Paolo III di Simone Cioli da Firenze. La chiesa di S. Francesco, (1262-1371), uno dei più nobili e vasti edifici gotici di tutte le Marche. Sul fianco sinistro la cinquecentesca Loggia dei Mercanti, accanto, il grande Portale gotico con la statua di Papa Giulio II. Nelle vicinanze le pregevoli strutture sviluppate dai colonnati del trecentesco Chiostro Minore e del cinquecentesco Chiostro Maggiore.
In Corso Mazzini troviamo la romanica Chiesa di San Venanzio, eretta su di un Tempio pagano romano del quale restano ancora notevoli elementi incorporati nel nuovo edificio, e la Chiesa di S.Agostino di impianto trecentesco con bellissimo Portale rinascimentale. Da Rua Morelli, la vicina Chiesa di S.Tommaso del XIII secolo, con un bel Chiostro porticato di stile gotico. Sul campanile è la più antica campana di Ascoli (1286). La Porta Romana o Gemina, ingresso alla via SALARIA, è del primo secolo avanti Cristo; le mura medioevali, con una seconda più grande porta, furono costruiti con materiali di edifici romani. Qui, vicino alla chiesetta romanica di Santa Croce, affiorano i resti di quello che fu il Teatro Romano. Percorrendo Via delle Torri, incontriamo la trecentesca mirabile Chiesa di San Pietro Martire (con Portale seicentesco) e subito dopo (da via delle Donne) la Chiesa dei Santi Vincenzo ed Anastasio, bellissimo edificio romanico adagiato sopra una Cripta del VI secolo. L’ incompiuta facciata è divisa in 64 riquadri, un tempo ricoperti di affreschi. In via dei Soderini, una delle più caratteristiche strade medioevali di Porta Solesta’ , Ponte RomanoAscoli, la nota Casa Longobarda, abitazione civile del XII secolo e la millenaria Torre degli Ercolani, la più alta e la più bella della città. Borgo Solestà, suggestivo e antico quartiere con le sue torri, le sue casette, le chiese medioevali, la duecentesca Porta Solestà unita al Ponte Romano del periodo classico Augusteo e la romantica Rua delle Stelle. Percorrendo via di Solestà, via Cairoli e via Vidacilio, si giunge alla Chiesa di Santa Maria Inter Vineas (IX sec) con uno dei più caratteristici campanili romanici e rari affreschi del secolo XIII. Pochi metri ancora, sul lungo Tronto, per raggiungere Porta Tufilla, aperta da Camillo Merli nel 1553; graziosa la Loggia a tre Arcatelle di ricordo toscano. Palazzo Malaspina, sul Corso Mazzini, poderosa e bella costruzione cinquecentesca, ospita la Galleria d’Arte Grafica Moderna, con una raccolta di stampe e disegni dei maggiori artisti contemporanei italiani. Basilica di San Vittore, romanica del XII secolo. Chiesa di San Gregorio, in via Tornasacco, di epoca romanica, fu costruita inglobando un Tempio classico pagano tetrastilo del periodo Augusteo, detto Tempio di Vesta. Sulla facciata si scorgono ancora le colonne del Pronao Romano, mentre sui fianchi dell’esterno sono visibili gli antichi muri. La Chiesa attuale è in gran parte formata dalla cella interna del Tempio con tipico e bellissimo paramento ad Opus Reticulatum come a Roma o a Pompei.

LA STORIA
Una volta, tanti secoli fa, una parte delle Marche si chiamava Piceno, cioè terra dei Piceni, il popolo del picchio. “I freschi venti rotolavan le nevi sugli altipiani di Colfiorito, quando i Piceni giunsero, dietro il volo del picchio. S’affacciarono dagli Appennini e, facendo visiera con la mano guardarono il mare acceso dal primo sole…”. Arrivarono dunque i Piceni di primavera quando i torrenti s’ingrossavano per lo sciogliersi delle nevi e nei prati fiorivan anemoni e ciclamini. Era gente pacifica di stirpe sabina o sabellica (“popolo sagace”) che aveva lasciato lCiotolaa terra natia per compiere una delle sacre trasmigrazioni primaverili. Li guidava l’uccello divino che doveva dar loro il nome per sempre. Essi erano dediti a coltivare la terra e a custodire gli armenti; sapevano lavorare molto bene i metalli e nelle ore di riposo amavano abbellire i loro utensili e fabbricare artistici ornamenti per le loro donne. Erano uomini eminentemente pacifici, furono gli eventi a forzarli perchè forgiassero corazze ed armi. “AII’ombra della vite e dell’olivo accolsero pacificamente i popoli che premevano intorno… e non avrebbero conosciuto armi, se non avessero dovuto difendersi”. Nel territorio ascolano, viveva dunque una specie di piccola, pacifica confederazione di tribù piceno-sabelliche che facevano capo ad Asculum, il centro maggiore. Orbene questo popolo, circondato da genti bellicose, minacciato soprattutto dai Galli, che avevano ormai occupata tutta la regione a nord di Ancona e tendevano ad estendersi sempre più nel sud, per difendersi dai temibili avversari, credette bene accettare l’alleanza con la già potente Roma. Si allearono dunque e nel 295 a.C. aiutarono i legionari romani nella battaglia presso Sentinum, infliggendo ai Galli una tremenda sconfitta ed assoggettando anche gli Umbri. Secondo il costume, il Senato Romano mandò dei coloni nella nuova terra occupata militarmente, anzitutto a Sena Gallica (Senigallia), poi più a sud, penetrando quindi da conquistatori nel territorio degli alleati. Questa illegale penetrazione non poteva non scuotere i Piceni, per miti e pacifici che fossero, ed infatti eccoli nel 269-68 in guerra contro i Romani. Sconfitti, sono costretti a sottomettersi mentre tutto il territorio passa sotto la giurisdizione romana. Durante la seconda guerra punica il Piceno è invaso e devastato dalle truppe di Annibale. Ma questa volta gli abitanti danno valido aiuto ai Romani, difendendo le loro terre e le loro case. Durante i 3 anni di guerra sociale invece, I’Ascolano ebbe una parte notevole nella lotta contro Roma, perchè fulcro della rivolta; il segnale dell’insurrezione partì proprio da Ascoli, e precisamente iniziò con l’eccidio dei magistrati romani presenti ad uno spettacolo nel teatro della città. Tre città picene, Ascoli, Faleria e Fermo (queste due ultime non aderirono all’insurrezione ma furono testimoni di due grandi battaglie) passarono definitivamente alla storia, così come i nomi di sommi capitani che guidarono gli opposti ,eserciti: i generali SILIO e MUTILO, i Pretori T. AFRANIO, MARIO EGNATIO, Q. POMPEDIO, C. PAPIO, M. LAMPONIO, IRIO ASINIO, VETTIO-CATONE, C. VIDACILIO nato ad ASCOLI, P. VENTIDIO (padre del VENTIDIO BASSO futuro generale e console) da parte Picena e dei “SOCI ITALICI”; MARIO, SILLA, CATONE, LUCIO GIULIO CESARE, PUBLIO RUTILIO LUPO, SERVIO SULPICIO, GNEO STRABONE da parte romana. Soprattutto contro Ascoli si Elmoappuntò l’ira del Senato romano ed il console Gneo Pompeo Strabone la cinse d’assedio. Per molti mesi Ascoli resistette eroicamente. In questi fatti si manifestarono le prove più sublimi di valore e d’ingegno militare d’ambo le parti; piena è questa storia di argomenti tragici e di supremi sacrifici come quello di Vidacilio, estremo difensore di Ascoli il quale, richiamato con urgenza dal fronte delle Puglie, si scagliò con 5.000 uomini sui 70.000 assedianti aprendosi un varco fino a rientrare in città riorganizzandone la difesa ad oltranza. Ma venne il giorno in cui comprese che tutto era perduto, prese commiato dai laceri resti delle sue coorti e salì sul rogo. La città fu costretta a cedere quindi, sopraffatta dalle soverchianti forze degli assalitori (89 a.C.). Così fu spenta quella terribile rivolta italica, la “Lupa” soverchiò il “Toro” ed il principio accentratore soffocò le libere aspirazioni federali poiché i sollevati mai avevano inteso creare uno stato separato ma rivendicavano l’applicazione della Costituzione di Roma sui loro territori: il dominio di un popolo sovrano con costituzione comunale oligarchica. Ma la lotta non fu inutile, non era ancora finita e già aveva strappato a Roma la compartecipazione di molti diritti, primo fra tutti la cittadinanza romana ai confederati ed anche alle provincie lontane. Il sangue degli ascolani quindi fecondò questa travagliata Italia, Vidacilio ed i suoi sono martiri delle libertà comuni. Al tempo della funesta guerra civile tra Cesare e Pompeo, gli Ascolani parteggiarono per quest’ultimo, poiché la famiglia Pompea era originaria di Ascoli. Ma per questa ragione la città fu cinta di nuovo assedio da Giulio Cesare e ancora una volta dovette capitolare, anche perchè le popolazioni dell’Anconetano e del Maceratese avevano accolto entusiasticamente le legioni di Cesare ed Ascoli era quindi ormai isolata. Come di consueto, nuovi
coloni vengono inviati da Antonio e da Ottaviano nell’Agro Piceno; poi, in un secondo tempo, il nuovo dominio viene amministrato in municipi e prefetture. Sotto Augusto, Ascoli comincia a diventare uno dei grandi mercati dell’Italia Centrale ed acquista sempre maggior importanza tanto che all’inizio del IV secolo d.C. Ia troviamo capitale del Picenum Suburbicarium. In questo secolo avviene anche I’evangelizzazione della zona ad opera di Emidio da Trier. Nel fratempo gravi eventi maturavano: nel 476 tramontava ingloriosamente l’Impero Romano Occidentale, tramonto preceduto e seguito dalle invasioni barbariche. Tutto il Piceno, e in particolare l’Ascolano, fu invaso dai Longobardi, ma senza dover subire gli orrori cui furono sottoposti i grandi centri del Veneto. Ascoli fu l’unica città che seppe resistere ai Longobardi, ma alla fine, nel 578, fu espugnata ed in parte distrutta; Leoneinsieme con tutto ìl territorio piceno andò a far parte del Ducato di Spoleto. I Ducati longobardi caddero poi in potere di Carlo Magno, ma l’Ascolano non subì a lungo la dominazione dei conti imperiali, perchè poco dopo la conquista, e precisamente nel 774, Carlo Magno fece di Ascoli ,e del territorio circostante sino al mare una contea, che donò a papa Adriano I. Ma la popolazione di Ascoli Piceno si distinse sempre in ogni età per la fierezza civica e il desiderio di indipendenza, cosicchè, dopo aver respinto per ben due volte proditori attacchi di Saraceni, si ribellò anche al vescovo-conte e nel 1135 si proclamò libero Comune. L’imperatore svevo Federico II riuscì a riassoggettarla nel 1242 dopo lungo e feroce assedio. AIIa morte di Manfredi (1266) la città con tutto l’annesso territorio tornò sotto il dominio della Santa Sede, ma conservò gran parte degli ordinamenti e delle istituzioni di quand’era libero Comune. Per questa ragione potè assurgere a grande floridezza nonostante le lotte contro Fermo a causa del porto alla foce del Tronto. È in questo periodo che si inserisce uno degli spiriti più bizzarri che la storia della letteratura ricordi. Francesco Stabili, più noto come Cecco d’Ascoli (1269 – 1327), famoso antagonista di Dante Alighieri. Mente versatile studiò lettere latine e greche, filosofia, teologia, matematica, astronomia, medicina acquistando profonda cultura in tutte queste scienze. Insegnò logica, astrologia e medicina nell’università di Bologna. Nel 1322 professava astrologia e negromanzia tanto che fu sottoposto a processo e torturato dal tribunale dell’Inquisizione. Fu condannato per eresia e sospeso dall’insegnamento. Nel 1326 lo troviamo a Firenze in qualità di astrologo, di nuovo imprigionato fu arso vivo per eresia nella Piazza della Signoria. Alcuni suoi scritti tra i quali “L’Acerba”, scamparono al rogo. Nei secoli XIV e XV nè Ascoli, nè gli altri centri dell’odierna provincia andarono immuni dalle guerriglie fra guelfi e ghibellini, dando così di volta in volta l’opportunità a signorotti locali o a principi forestieri di intervenire e di impossessarsene. Il capoluogo tuttavia riuscì sempre dopo breve tempo a liberarsene, riacquistando la libertà. Così pochi mesi durò la Signoria dei Dalmonte nel 1318, dal 1349 al 1351 quella di Galeotto Malatesta, neppure un anno quella di Filippo Tibaldeschi (1360), meno ancora rimase in Ascoli il Duca d’Atri nel 1404; un poco più a lungo si affermarono le Signorie di Francesco da Carrara, dal 1414 al 1426, e di Francesco Sforza sino al 1433. Eroicamente la città resistette alle pressioni della Chiesa che voleva riprendere l’antico possesso, ma nel 1472 il governo pontificio ebbe ragione di ogni resistenza, e per punire la pertinace ribelle la privò di ogni privilegio accordato in precedenza. Tuttavia qualcuno di questi le fu di nuovo Scrittura Picenaconcesso nel 1482 con la bolla “Libertas Ecclesiastica”. Invano nella seconda metà del Cinquecento Ascoli tentò ancora di ribellarsi al dominio pontificio: non vi riuscì e dovette anzi rinunciare ad ogni autonomia e rassegnarsi alla sudditanza. Il popolo, ormai stanco di lotte, condusse da allora un’esistenza tranquilla , piuttosto monotona ed oscura, ma che gli permetteva di dedicarsi serenamente all’agricoltura, al commercio, alle piccole industrie locali, e ad abbellire la città di opere d’arte. È per questa vita pacifica che sia il capoluogo sia gli altri centri minori dell’Ascolano poterono conservare quasi intatto il loro aspetto medioevale o rinascimentale. La serenità e la pace durarono sino al 1799; in quell’anno il territorio soggiacque all’occupazione delle truppe francesi e al brigantaggio che ne derivò. Poi Napoleone riordinò le conquiste italiche ed Ascoli Piceno si trovò a capo del Dipartimento del Tronto. Con la restaurazione degli antichi governi nel 1815 Ascoli con l’annesso territorio, tornò alla Chiesa e qualche anno più tardi divenne capoluogo di una delle sei Delegazioni pontificie delle Marche. Finalmente il 17 dicembre 1860 entrò a far parte del Regno d’Italia e con decreto reale fu proclamata capoluogo di una delle quattro province marchigiane.

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